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N° 55/2019 del 11/04/2019

Il Garante per la Privacy, con il provvedimento n° 55 del 7 marzo scorso, ha fornito importanti chiarimenti in ordine al trattamento dei dati di pazienti in ambito sanitario da parte degli operatori del particolare settore.

 

Come noto, l'art. 9, par. 4, del Regolamento Ue 679/2016 ha previsto, per il trattamento dei dati sulla salute, la possibilità per gli Stati membri di mantenere o introdurre ulteriori condizioni.

All'uopo, il D.Lgs. 101/2018 ha previsto che il Garante per la privacy completi l’individuazione dei presupposti di liceità dei suddetti trattamenti, adottando specifiche misure di garanzia e promuovendo l’adozione di regole deontologiche.

Con il Provvedimento n° 55 del 7 marzo 2019, il Garante per la privacy, in attuazione della predetta disciplina, ha ritenuto opportuno focalizzare la propria attenzione sul trattamento dei dati relativi alla salute, in ambito sanitario.

In generale, le deroghe al divieto di trattare le cc.dd. "categorie particolari di dati", tra cui rientrano quelli sulla salute, sulla base delle quali è ammesso il trattamento, sono da individuarsi nell’art. 9 del Regolamento che elenca una serie di eccezioni che, in ambito sanitario, sono riconducibili, in via generale, ai trattamenti necessari per:

  1. motivi di interesse pubblico rilevante sulla base del diritto dell'Unione o degli Stati membri (art. 9, par. 2, lett. g) del Regolamento);
  2. motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica;
  3. finalità di medicina preventiva, diagnosi, assistenza o terapia sanitaria o sociale ovvero gestione dei sistemi e servizi sanitari o sociali (id: finalità di cura).

Ciò non esclude, osserva il Garante, che a seconda dello specifico trattamento effettuato, non possa ritenersi applicabile al caso concreto una delle altre deroghe previste dall’art. 9 del Regolamento. In particolare, i trattamenti per le c.d. "finalità di cura" sono propriamente quelli effettuati da (o sotto la responsabilità di) un professionista sanitario soggetto al segreto professionale o da altra persona anch’essa soggetta all’obbligo di segretezza. Diversamente dal passato, quindi, il professionista sanitario, soggetto al segreto professionale, non deve più richiedere il consenso del paziente per i trattamenti necessari alla prestazione sanitaria richiesta dall’interessato, indipendentemente dalla circostanza che operi in qualità di libero professionista (presso uno studio medico) ovvero all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata.

Per contro, gli eventuali trattamenti attinenti, solo in senso lato, alla cura, ma non strettamente necessari, richiedono, quindi, anche se effettuati da professionisti della sanità, una distinta base giuridica da individuarsi, eventualmente, nel consenso dell’interessato o in un altro presupposto di liceità (artt. 6 e 9, par. 2, del Regolamento).

Con riferimento a tali trattamenti (non strettamente necessari alla cura), il consenso esplicito dell'interessato dovrà essere richiesto, a titolo esemplificativo per:

  1. trattamenti connessi all’utilizzo di App mediche;
  2. trattamenti preordinati alla fidelizzazione della clientela;
  3. trattamenti effettuati in campo sanitario da persone giuridiche private per finalità promozionali o commerciali;
  4. trattamenti effettuati da professionisti sanitari per finalità commerciali o elettorali;
  5. trattamenti effettuati attraverso il Fascicolo sanitario elettronico.

Il Provvedimento in commento chiarisce altresì, che in ogni caso il principio di trasparenza previsto dall’art. 5, par. 1, lett. a) del Regolamento impone ai titolari di informare l’interessato sui principali elementi del trattamento, al fine di renderli consapevoli sulle principali caratteristiche dello stesso.

Al riguardo, si rappresenta che, pur nel rispetto dell’obbligo di comunicare gli elementi di cui agli artt. 13 e 14 del Regolamento, le informazioni da rendere all’interessato vanno rese in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con linguaggio semplice e chiaro.

Relativamente al contenuto si ritiene opportuno suggerire di fornire all’interessato le informazioni previste dal Regolamento in modo progressivo in ordine agli specifici trattamenti adottati e per le specifiche esigenze dell'interessato.

In ordine alla designazione del Responsabile della protezione dei dati (art. 37 Regolamento), il Provvedimento chiarisce che i trattamenti dei dati personali relativi a pazienti effettuati da un’azienda sanitaria appartenente al SSN devono essere ricondotti a quelli per i quali è prevista la designazione obbligatoria del RPD, sia in relazione alla natura giuridica di "organismo pubblico" del titolare, sia in quanto rientrano nella condizione prevista dall’art. 37, par. 1, lett. c), considerato che le attività principali del titolare consistono nel trattamento, su larga scala, di dati sulla salute. Analogamente, per gli ospedali privati, case di cura e residenze sanitarie assistenziali (RSA).

Quanto, poi, al singolo professionista sanitario che operi in regime di libera professione a titolo individuale, si fa presente che lo stesso non è tenuto alla designazione di tale figura con riferimento allo svolgimento della propria attività. Analoghe considerazioni valgono anche per le farmacie, le parafarmacie, le aziende ortopediche e sanitarie. Pertanto, i citati soggetti, se non effettuano trattamenti di dati personali su larga scala, non sono obbligati a designare il RPD.

Ultimo aspetto richiamato dal documento di prassi riguarda la necessità di istituire il Registro delle attività di trattamento che rappresenta uno degli elementi per la definizione del quadro generale di accountability previsto dal Regolamento.

Sul punto, il Garante ricorda che la deroga alla tenuta del registro non opera in presenza anche di uno solo degli elementi indicati dall'art. 30, par. 5 (trattamento che presenta un rischio per i diritti e le libertà per l’interessato, trattamento non occasionale, trattamento che includa categorie particolari di dati di cui all’art. 9 o dati relativi a condanne penali e a reati). Ciò, in coerenza con la circostanza che il registro delle attività del trattamento costituisce uno strumento di gestione del rischio.

Per le suddette ragioni, si ritiene, quindi, che non ricadono nelle ipotesi di esenzione dall’obbligo di tenuta del registro i singoli professionisti sanitari che agiscano in libera professione, i medici di medicina generale/pediatri di libera scelta (MMG/PLS), gli ospedali privati, le case di cura, le RSA e le aziende sanitarie appartenenti al SSN, nonché le farmacie, le parafarmacie e le aziende ortopediche.

Ad maiora

IL PRESIDENTE  
Edmondo Duraccio

 (*) Rubrica riservata agli iscritti nell’Albo dei Consulenti del Lavoro della Provincia di Napoli. E’ fatto, pertanto, divieto di riproduzione anche parziale. Diritti legalmente riservati agli Autori

 

ED/FC/PDN

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