Il Portale per i CDL di Napoli - Organo Ufficiale dell'Ordine

 
N. 38/2017 del 06/11/2017

Gentili Colleghe e Cari Colleghi,

nell’ambito di questa collaudata e gradita iniziativa editoriale di comunicazione e di immagine, collegata alla instancabile attività di informazione e di formazione che caratterizza il CPO di Napoli…….

Oggi parliamo di………….


LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE CHE SOTTRAE FILE AZIENDALI RISERVATI UTILIZZANDO IL COMPUTER DI UN ALTRO LAVORATORE.

CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA N. 25381 DEL 25 OTTOBRE 2017.

La Corte di Cassazione, sentenza n° 25381 del 25 ottobre 2017, ha statuito che è da ritenersi pienamente legittimo il licenziamento del dipendente che, avvalendosi del personal computer di un altro lavoratore, accede a file aziendali riservati effettuandone (anche) una copia senza alcun tipo di autorizzazione.

Nel caso di specie, un lavoratore dipendente, al quale era assegnato un elevato livello di inquadramento contrattuale, accedeva senza autorizzazione a file aziendali contenenti informazioni personali degli altri lavoratori ivi compreso l'ammontare della retribuzione annua corrisposta. Tale accesso ai file, e la loro copia, avveniva avvalendosi di un computer normalmente utilizzato da altro dipendente della medesima azienda.

Il datore di lavoro, dopo accurate indagini, ed all'esito del procedimento disciplinare previsto dallo Statuto dei lavoratori, irrogava il licenziamento per giusta causa.

Il dipendente adiva la Magistratura soccombendo, però, in entrambi i gradi di merito.

Inevitabile il ricorso in Cassazione.

Orbene, gli Ermellini, nell'avallare in toto il decisum di prime cure, hanno evidenziato che l'accesso a file aziendali contenenti dati riservati e la loro successiva duplicazione rappresentano un comportamento idoneo a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario fra le parti, a maggior ragione se tale attività, già di per se illecita, avvenga utilizzando un altro computer con il chiaro intento di occultare l'accaduto.

Pertanto, atteso che nel caso in disamina il comportamento del dipendente era stato di particolare gravità e posto in essere scientemente, atteso anche l'elevato grado di responsabilità affidato allo stesso, i Giudici di Piazza Cavour hanno rigettato il ricorso confermando la piena legittimità del licenziamento per giusta causa irrogato.

 

IL LAVORATORE CHE PRETENDA IN GIUDIZIO IL PAGAMENTO DI UNA SOMMA NETTA DEVE ALLEGARE E DIMOSTRARE CHE SIANO STATE GIA' OPERATE LE RELATIVE RITENUTE FISCALI.

CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA N. 25016 DEL 23 OTTOBRE 2017.

La Corte di Cassazione, sentenza n° 25016 del 23 ottobre 2017, ha statuito, in tema di procedure concorsuali e intervento del Fondo di Garanzia Tfr gestito dall'Inps, che le prestazioni a carico del Fondo, a favore del lavoratore, si assumono al lordo delle trattenute fiscali.

Nel caso in esame, la Corte d'Appello di Bari aveva rigettato l'appello proposto dall'Inps avverso la sentenza di primo grado che aveva respinto la sua opposizione al decreto ingiuntivo concesso ad un lavoratore per ottenere l'importo residuo che l'Inps, quale gestore del Fondo di Garanzia per il pagamento del Tfr, non gli aveva pagato a seguito dell'insolvenza del proprio datore di lavoro, operandone la trattenuta a titolo di imposte non versate, dovendo operare come sostituto di imposta. A fondamento della domanda la Corte riteneva che il credito vantato dal lavoratore fosse stato liquidato in sede di approvazione dello stato passivo già al netto delle ritenute fiscali operate, per prassi, dal curatore fallimentare; talché, doveva ritenersi inverosimile che il lavoratore dovesse subire per due volte le ritenute fiscali di legge.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l'Inps obiettando che il lavoratore nel corso dell'intero giudizio si era limitato ad allegare di essere stato ammesso al passivo della procedura concorsuale del proprio datore di lavoro per una somma lorda, senza null'altro provare in ordine al fatto che detto credito per Tfr fosse stato ammesso al netto delle ritenute erariali.

Orbene, la Suprema Corte ha accolto il ricorso ed ha annullato la sentenza affermando che in base alla giurisprudenza consolidata le spettanze del lavoratore maturano al lordo. Da ciò discende che se il lavoratore pretende in giudizio il pagamento di una somma netta deve allegare e dimostrare che siano state già operate le dovute ritenute fiscali. E che ciò vale anche in relazione al pagamento del Tfr. Ha perciò errato, hanno continuato gli Ermellini, il Giudice ad applicare il principio di non contestazione in relazione a circostanze di fatto mai allegate dalla parte che ne era onerata, in quanto, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata, non e' stato mai allegato in giudizio dall'attore che il credito per Tfr fosse stato liquidato in sede di approvazione dello stato passivo al netto delle ritenute.

La Suprema Corte ha altresì riconfermato che  le prestazioni a carico del Fondo di garanzia hanno natura previdenziale e non retributiva e, pertanto, l'Inps debba operare in qualità di sostituto di imposta per tutte le dovute trattenute, sempre che ovviamente le stesse non fossero state già state operate in sede di ammissione al passivo (non potendo l'Inps operare una seconda trattenuta che incida una seconda volta sull'importo effettivo da erogare, posto che il meccanismo voluto dalla legge è inequivoco e non legittima l'Inps a pretendere che un lavoratore sia assoggetto per due volte alle medesima trattenuta di natura fiscale.

 

IL CREDITO D’IMPOSTA ESPOSTO E NON UTILIZZATO DALLA S.A.S. ESTINTA SPETTA AL SOCIO CHE HA PROSEGUITO L'ATTIVITÀ D’IMPRESA IN FORMA INDIVIDUALE.

CORTE DI CASSAZIONE – SEZIONE TRIBUTARIA – SENTENZA N. 22565 DEL 27 SETTEMBRE 2017

La Corte di Cassazione – Sezione Tributaria -, sentenza n° 22565 del 27 settembre 2017, ha statuito che il credito d’imposta esposto e non utilizzato dalla S.a.s. estinta spetta al socio che ha proseguito l’attività di impresa in forma individuale.

L’Agenzia delle Entrate negava ad un contribuente la spettanza di un credito di imposta poiché riferibile ad una società estinta, di cui era stato socio. A giudizio dell’Amministrazione Finanziaria non poteva configurarsi giuridicamente la successione tra la società stessa ed il contribuente persona fisica, benché egli si fosse dichiarato continuatore della società nella dichiarazione dei redditi dopo esserne diventato socio unico.

Il contribuente ricorreva prontamente alla giustizia tributaria, risultando soccombente in primo grado e vittorioso in secondo. In particolare la C.T.R. in riforma della sentenza della C.T.P. annullava la cartella di pagamento emessa per il recupero coattivo del credito d’imposta, ritenendo ammissibile la trasformazione di una società di persone in impresa individuale.

Da qui, il ricorso per Cassazione dell’Agenzia delle Entrate.

Orbene, i Giudici del Palazzaccio, nel respingere il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, hanno ricordato che “lo scioglimento della società in accomandita semplice, a norma dell’art. 2323 cod. civ. si determina quando rimangono solo soci accomandatari o soci accomandanti, sempreché nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che è venuto meno. Se il socio superstite decide di non trovare altri soci e di continuare l’attività come impresa individuale, non si verifica una trasformazione nel senso tecnico inteso dall’art. 2498 cod. civ., riferito alla trasformazione di una società da un tipo ad un altro, bensì un rapporto di successione tra soggetti distinti, distinguendosi, appunto, persona fisica e persona giuridica per natura, e non solo per forma. L’atipica trasformazione in parola è preceduta dallo scioglimento della società e dalla liquidazione della stessa, concludentesi con l’assegnazione del patrimonio sociale residuo al socio superstite ai fini della successiva estinzione della società stessa (Cass. sent. n. 3670/2007).

Pertanto, hanno concluso gli Ermellini, “nel caso in specie non si realizza una trasformazione societaria ai sensi dell’art. 2498 cod. civ., ma solo una successione tra soggetti distinti, ossia tra colui che conferisce l’azienda (la società di persone in liquidazione) e la persona fisica che ne è beneficiaria (il socio superstite)” (cfr. Cass. n. 496 del 14/01/2015), quindi viene a realizzarsi la fattispecie della cessione d’azienda, per cui il credito d’imposta per la parte già maturata, ma non ancora utilizzata dal cedente l’azienda, è trasferibile all’impresaqualora quest’ultima prosegua la stessa attivitàsucceduta nella titolarità della stessa azienda, verificandosi una continuità anche fiscale tra le due aziende, come previsto dagli artt. 2559 cod. civ. e 58 del D.P.R. n. 917/86 (cfr. Cass. n. 3342 del 12/02/2013).

In nuce, il credito d’imposta in contestazione spetta al contribuente in quanto cessionario dell'azienda. Il medesimo, dopo essere divenuto unico socio della società in accomandita semplice, ha proseguito l'attività di impresa quale imprenditore individuale, per il che vi è stato il trasferimento dell'azienda dalla società all'impresa individuale.

 

IN ASSENZA DI SPECIFICA CONTESTAZIONE, LE FOTOCOPIE DEGLI ATTI PRODOTTI IN GIUDIZIO DA PARTE DELL’AGENTE DI RISCOSSIONE HANNO PIENO VALORE PROBATORIO.

CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA N. 23902 DELL’ 11 OTTOBRE 2017

La Corte di Cassazione, sentenza n° 23902 dell’11 ottobre 2017, ha statuito che la prova della notifica della cartella di pagamento può essere fornita con la fotocopia delle relate di notifica o degli avvisi di ricevimento della raccomandata dall’Agente di Riscossione.

Nel caso di specie, i Giudici di Piazza Cavour, ribaltando la sentenza dei Giudici Territoriali, hanno rigettato il ricorso di una S.r.l. in liquidazione nei confronti del Concessionario alla Riscossione Tributi in merito all'esecuzione ed agli atti esecutivi relativi ad una procedura di recupero nell'ambito della quale erano stati iscritti due provvedimenti di fermo amministrativo su veicoli di sua proprietà. Per la società ricorrente le copie delle cartelle presentate in giudizio non recavano una certificazione di conformità ai loro originali compiuto da un pubblico ufficiale, ma riportavano in calce soltanto una dichiarazione di conformità a non meglio specificate risultanze informatiche.

Gli Ermellini, con la sentenza de qua, hanno definitivamente chiarito che non basta semplicemente opporsi alla fotocopia, ma vanno anche chiarite in modo univoco le ragioni per cui essa può risultare diversa dall’originale. In pratica, il ricorrente non può limitarsi a una generica contestazione non basata su alcuna specifica ragione. Ex adverso, è necessario indicare i motivi sulla base dei quali è ragionevole dubitare della validità della copia e, quindi, della sua non corrispondenza all’originale. Diversamente, la fotocopia conserva lo stesso valore dell’originale e non può essere disconosciuta.

In nuce,  la S.C. ha chiarito che “in tema di notifica della cartella esattoriale, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 1, seconda parte, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione della relata di notificazione e/o dell’avviso di ricevimento, recanti il numero identificativo della cartella stessa, non essendo necessario che l’agente della riscossione produca la copia della cartella di pagamento (la quale, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, deve ritenersi ritualmente consegnata a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 C.C., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità  di prenderne cognizione)".

 

I SINGOLI COMPONENTI DELLA R.S.U. SONO PIENAMENTE LEGITTIMATE AD INDIRE L’ASSEMBLEA DEI LAVORATORI.

CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA N. 25478 DEL 26 OTTOBRE 2017.

La Corte di Cassazione, sentenza n° 25478 del 26 Ottobre 2017, ha statuito che il diritto ad indire l’assemblea è un diritto riservato anche ai singoli componenti della RSU e non solo alla stessa rappresentanza, intesa come organo collegiale.

Nel caso in commento, la Corte d'Appello di Roma, a conferma della sentenza emessa dal Tribunale di Roma, dichiarava antisindacale la condotta di una società che aveva negato ad una sigla sindacale la convocazione di un’assemblea. 

Orbene, nel caso de quo, gli Ermellini, in linea con i Giudici di merito, sono partiti dagli artt. 19 e 20 della Legge 300/1970 chiarendo da subito che la legittimazione a chiedere l’assemblea appartiene anche alla singola sigla sindacale.

I Giudici di Piazza Cavour hanno (ri)affermato che il complesso normativo e sindacale, ivi compresa la lettura delle Corte costituzionale dell’art. 19 dello Statuto (sentenza n° 231/2013) è finalizzato a garantire il pieno rispetto delle c.d. “minoranze”.

Quindi, alla base della democrazia sindacale, non può che esserci il diritto di una singola sigla sindacale a richiedere una convocazione dell’assemblea. Ciò in quanto, la democrazia sindacale presuppone che le decisioni vengano sì prese a maggioranza ma dando anche spazio alle minoranze in esso contenute.  

Ad maiora

IL PRESIDENTE
EDMONDO DURACCIO

(*) Rubrica contenente informazioni riservate ai soli iscritti all’Albo dei Consulenti del Lavoro di Napoli. Riproduzione, anche parziale, vietata.

Con preghiera di farla visionare ai Praticanti di studio!!

Ha redatto questo numero la Commissione Comunicazione Scientifica ed Istituzionale del CPO di Napoli composta da Francesco Capaccio, Pasquale Assisi, Giuseppe Cappiello, Pietro Di Nono e Fabio Triunfo.

   Ha collaborato alla redazione il Collega Francesco Pierro

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